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Curdi
il romanzo di un popolo
l'epopea
di un paese fantasma
di
Natalia Aspesi, LA REPUBBLICA
(Milano)
Yusuf Yeshilöz (foto
© di Giovanni Giovannetti/ Effigie/
Tranchida)
ha il viso chiuso e affilato simile a
quello dei clandestini curdi, disperati e
spaventati, che a ondate sbarcano sulle
coste italiane con i loro bellissimi
bambini e le loro donne dagli occhi di
velluto. Anche lui è curdo, ma di
nazionalità svizzera dal 1995. E’
fuggito dalla Turchia nel novembre del
1987, a 23 anni, per salvarsi la vita: in
esilio ha imparato velocemente il tedesco
ed è diventato libraio, curatore e
traduttore di testi scritti in curdo e in
turco, per la Ararat Verlag. Ha tradotto
in tedesco anche il suo primo romanzo, che
adesso esce in italiano: Verso
il tramonto (Giovanni
Tranchida Editore) che p stato giudicato
il miglior libro dell'anno
dall'associazione librai svizzeri. Lo ha
invitato qui la Cgil Lombardia, per uno di
quegli incontri politici solenni e
appassionati, durato l'altra sera sino a
mezzanotte, in cui rifugiati curdi ed
esperti italiani di cultura e tragedia
curda, si sono scambiati, al suono di
un'orchestrina curda e mangiando kebab,
storie, memorie, speranze, amicizia,
utopie.
Verso
il tramonto non
è una storia autobiografica,
ma è, dice "la biografia del mio
popolo in terra turca, il tentativo di
raccontare cosa c'è dietro le facce
sconosciute che arrivano in Italia dal
mare, che lasciano la loro terra amata e
bellissima per non essere sterminati, e
sbarcano in un mondo ignoto e non sempre
accogliente, che non gli potrà mai ridare
la dolcezza dei loro paesaggi, i profumi
dei loro fiori, il silenzio delle loro
montagne, la placida vita dei loro
villaggi pastorali". E racconta anche
cosa c'è dietro la maschera tumefatta,
bendata e disumanizzata di Apo Ocalan, lo
"zio" Ocalan, catturato dai
turchi. "Nel mio romanzo racconto di
come la gente semplice e pacifica dei
villaggi può unirsi ai combattenti, dopo
essere stata vittima incolpevole di
soprusi e torture da parte dei militari
turchi. l'umiliazione di Ocalan
sbandierata con tanto sadismo è
l'ennesima umiliazione di tutto il popolo
curdo, ed è per questo che ovunque, anche
chi di noi non è del tutto d’accordo
con lui e il suo partito, il Pkk, ha
dimostrato in tutto il mondo in suo favore,
e c’è chi si è anche dato fuoco, perché
voi occidentali finalmente vi accorgiate
della nostra tragedia. Penso alle torture
cui sarà sottoposto Ocalan, perché la
tortura è un normale metodo turco per
piegare la gente. Fu proprio la tortura a
costringere un mio amico a denunciarmi
come collaboratore di una rivista non
politica, però illegale perché scritta
in curdo. Fuggii nascosto in un camion,
senza un soldo, disperato, senza sapere
dove andare". In una galera turca, il
Metris, Yeshilöz finì nel 1996, quando
tornato a Istanbul per una ricerca sulla
letteratura curda, fu immediatamente
arrestato e condannato a 6 mesi. "Ne
scontai solo uno perché ormai io ero
cittadino svizzero, e non potevano
trattenermi. In prigione incontrai Ismail
Beshikci e Leyla Zana, due membri del
partito legale curdo Hadap, condannati a
15 anni per essere entrati in parlamento
in costume curdo". Su questa
esperienza ha scritto il suo secondo libro,
Davanti
a Metris c'è un acero alto alto,
appena pubblicato in lingua tedesca.
Verso
il tramonto
è
un romanzo che evoca il modo di narrare,
poetico e musicale, dei racconti orali,
che per secoli nell'isolamento dei
villaggi di montagna, i curdi, spesso
illetterati, si sono tramandati. Si svolge
alla fine degli anni '70, quando ricominciò
la repressione e molti furono costretti a
darsi alla macchia. La vita nel villaggio
di Caldiran che "sorge sulle rive
dell'Eufrate e si estende per molte
migliaia di ettari di campi" è ferma
in un luogo magico e intatto come poteva
essere nel tempo perduto dell'origine
dell'uomo, in quel Kurdistan bucolico dove
ogni nome evoca leggende, storia, miti,
religione, l'Anatolia, la Cappadocia, il
fiume Tigri, il monte Ararat, il luogo
sacro per cristiani e musulmani, dove si
salvò l'Arca di Noè. Il tempo scorre
immutabile "come un fiume", gli
uomini fanno i pastori di pecore o
coltivano i campi con i primi magici
trattori, le donne mungono e fanno lo
yogurt, i bambini giocano fino a quando
devono andare a scuola e li si scontrano
per la prima volta con il dolore di essere
curdo: i curdi non esistono, spiegano i
funzionari turchi, i nomi curdi vanno
sostituiti con nuovi nomi turchi, l'unica
lingua che i bambini sanno, il curdo, è
proibita, chi vuole studiare deve imparare
il turco.
Torna
sulle montagne un'altra ondata di quelli
che nel villaggio chiamano ragazzi, che i
gendarmi chiamano terroristi. Vengono
dalla città, non sono pastori, ma
studenti e laureati, sono armati. Gli
uomini del villaggio gli regalano pane e
formaggio, perché hanno fame e per i
gendarmi questo vuol dire essere complici.
Si viene a sapere che Ahmed il figlio di
Beko, il ricco del villaggio, che
frequentava l'Università ad Ankara per
diventare ingegnere, dopo il colpo di
stato militare del 1980 è stato arrestato
perché trovato in possesso di libri e
riviste curde. Dopo un processo durato due
anni, viene condannato a morte per
propaganda separatista contro l'unità
dello stato turco, con la pena commutata
in 36 anni di prigione. Politici o
funzionari, Beko aveva cercato di
corrompere tutti. Nessuno però, poté o
volle condonare la pena di Ahmed. Anche
gli amici più influenti di Beko, avvocati,
giudici e politici che avrebbero potuto
aiutarlo per una condanna per omicidio,
non potevano fare nulla… "Questo è
un processo politico Beko, non c’è
scampo… Se me ne immischiassi verrei
accusato di complicità con i terroristi e
mi metterebbero in prigione con loro".
Dice il giovane Yusuf: "Non c'è via
d’uscita per i miei protagonisti, il
pastore Haso e la moglie Fate, come non
c’è scampo per la maggior parte dei
curdi. Sono schiacciati trai combattenti e
l'esercito, che vuole distruggerli solo
per il fatto di essere curdi, di
appartenere a una etnia che secondo loro
mina la sovranità del paese. Haso viene
sottoposto a continue torture, fino a
quando raggiunge in montagna i ribelli. E
la moglie per salvarsi coi bambini, emigra
clandestinamente. Come migliaia di curdi,
che senza sapere spesso nessuna lingua se
non il curdo, arrivano in luoghi
sconosciuti dove in pochi vogliono sapere
la disperazione delle loro famiglie
distrutte, della vita privata di ogni
gioia e valore, del vivere in assoluta
ingiustizia". In Europa vivono almeno
due milioni di curdi – maomettani
sunniti – fuggiti soprattutto dalla
Turchia ma anche dall'Iraq, dall'Iran,
dalla Siria, ovunque si dovrebbe estendere
l'utopico stato del Kurdistan. Un milione
vivono in Germania, da noi forse duemila,
medici, avvocati, docenti universitari,
che rischiavano la morte per tenere in
casa libri curdi, e che qui fanno il
muratore, l'imbianchino.
Dice
Giovanni Tranchida: "Solo in Europa
vive la cultura curda, e i suoi esperti
vengono quasi tutti dall'ex Unione
Sovietica, dove invece la minoranza curda
aveva e ha diritto alla scuola, all'uso
della lingua, a una sua università. A
Stoccolma vive un grande romanziere,
Mehmed Uzun, non ancora tradotto in
italiano, e sempre a Stoccolma si rifugia
spesso Yashar Kemal, ogni volta che la sua
vita è in pericolo. Da lì venne in
Italia, a Percoto, quando gli fu assegnato
il premio Nonino. Kemal è di padre turco
e madre curda, e per i suoi libri usa una
lingua tutta sua, in cui si mischiano
curdo, turco, circasso e alevo".
Nei
sogni di Yeshilöz non c'è quello di una
nazione curda. "Alla fine dell'impero
ottomano, il Kurdistan fu diviso nei vari
stati, nel 1923 i paesi colonialisti col
trattato di Sèvres promisero di creare
un'unica nazione. Ma se ne dimenticarono
subito. Ora anche Ocalan ci ha rinunciato,
chiede solo l'autonomia e il diritto a non
essere cancellati e sterminati".
Manca anche l'unità tra i curdi, ovunque
perseguitati: tra l'altro in Iraq sono
stati rasi al suolo centinaia di villaggi,
e massacrati migliaia di civili, anche con
armi chimiche. In Siria non sono
riconosciuti e la maggior parte non ha
diritto alla carta d'identità. Ma è in
Turchia dove sono più di 15 milioni, un
quarto della popolazione, dove la loro
vita non vale niente. "l'Occidente si
preoccupa tanto del Kosovo perché la
Serbia è lontana dall'Iraq. Gli stessi
americani che in Iraq proteggono la nostra
etnia in funzione anti-Saddam, non muovono
un dito per noi perché in Turchia ci sono
le loro basi militari e perché i rapporti
commerciali sono ottimi. La nostra massima
colpa è di vivere in luoghi ricchi di
petrolio e di essere quindi di troppo".
Quale sarà il destino di Ocalan? "Se
l'Occidente non si muove seriamente, se
non porrà delle sanzioni alla Turchia, se
cadrà di nuovo il silenzio su di noi, la
sua, e la nostra sorte, è segnata".
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